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Bloch Ernst
Tracce

Gli Elefanti Saggi

€ 12.91
ISBN 881167412-3

Apologhi, aneddoti, fiabe, leggende, proverbi, romanzi riletti e trasfigurati tra narrazione e riflessione filosofica.

Tracce è un'opera dalla genesi complessa, programmaticamente eccentrica, sospesa tra narrazione e riflessione filosofica; o meglio, rappresenta il frutto esemplare di quel «pensare anche affabulando» teorizzato da Bloch. Apologhi, notti di spirito, proverbi, fiabe romantiche, leggende classiche e orientali, frammenti di dialoghi e conversazioni, romanzi avventurosi o polizieschi vengono raccontati, riletti, interpretati, trasfigurati.
Per Bloch riscoprire il valore delle storie significa anche utilizzarle per modificare radicalmente la struttura dell'argomentazione filosofica, richiamandola a ciò che sta prima o fuori del pensiero sistematico, collegando sensibile e sovrasensibile, vissuto e metafisica. Questo pensare frammentario, per immagini, consente di inseguire nel visibile le tracce di ciò che si nasconde, e quelle tracce sono proprio gli elementi del mondo utopico che va cercando Bloch: una vita totalmente nuova e altra rispetto all'esistente.

Tre brani di Tracce in anteprima

Lo stupore

"Pensate, a volte vedo la mosca azzurra. Sì, tutto questo sembra di così poco conto, non so se lo capite." "Si, sì capisco." "Sì, sì, ogni tanto guardo l'erba e probabilmente l'erba mi guarda a sua volta: che ne sappiamo? Guardo un filo d'erba tutto solo, forse trema un po' e mi sembra che sia qualcosa; allora mi dico: ecco questo filo d'erba, trema! E se contemplo un pino, c'è forse un ramo che mi fa anche riflettere un po'. Ma talvolta incontro anche delle persone sulle cime, capita..." "Sì, sì" disse e si alzò. Cadevano le prime gocce di pioggia. "Piove" dico. "Sì, pensate, piove" disse anche lei, e già se ne andava.
Hamsun, Pan

Pensate, piove. Colei che improvvisamente se ne meravigliava era molto lontano indietro e molto lontano in avanti. A dire il vero, la sorprendeva una cosa davvero banale e d'altra parte essa era arrivata improvvisamente al nocciolo di ogni questione. Nella nostra giovinezza siamo spesso di un umore così vuoto, così puro. Guardiamo alla finestra, ci fermiamo, ci addormentiamo, ci svegliamo, è sempre lo stesso; e ciò si manifesta solo in un sentimento molto confuso, nel sentimento che tutto questo è perturbante, com'è misterioso il fatto di "essere". Già questa formula dice troppo, come se l'inquietante fosse situato solo nell'“essere". Immaginiamo, al contrario, che niente sia, non è altrettanto enigmatico? Non ci sono parole adeguate per dire questo senza deformare il primo stupore.
Soprattutto più tardi, quando le domande vengono formulate con maggiore precisione – in apparenza – e si sta attenti. Quando si crede di sapere perché un fiore fiorisce e chi ne sente il bisogno va persino da veggenti che parlano di elfi i quali si occupano della fioritura o sono la fioritura. La scienza distrugge ancora di più lo stupore interrogativo, senza fondo, "spiega" come questo o quello si è formato, come questo diventa quello, costruisce la sua corsa astratta con i post hoc e i propter hoc. Teosofi tappabuchi vanno a cercare, oltre agli elfi, persino gli arcangeli e ogni tipo di potenza dal nome altisonante. E l'aurora dell'inizio tremante si trasforma in intingolo da albergo del mistero fatale. D'altra parte, gli elfi e gli arcangeli, riconosciuti sia per via d'ipotesi sia senza volerlo, non rappresentano una sorta di "essere" che sta a lato o al di sopra di ciò che "è"? La loro esistenza non è altrettanto oscura di quella di un filo d'erba o di un ramo di pino? Il ramo non dà forse immensamente da pensare, sia prima che dopo? Non è un frammento del tutto, che non si può nominare? Con il suo "essere" non si sporge anch'esso sul "nulla", nel quale potrebbe anche non essere o non essere tale e che lo rende doppiamente straniante? La domanda del semplice stupore non sfocia allo stesso modo in quel "nulla" in cui spera di trovare il proprio tutto? Accompagnata dallo choc di vedere quanto è incerta e oscura la causa del mondo, ma anche nutrita dalla speranza che proprio per questo tutto possa ancora "essere" diversamente, cioè diventare il nostro proprio "essere" in modo tale che non ci sia più bisogno di interrogarsi sulla sua esistenza, ma questa domanda si ponga pienamente nello stupore e diventi infine felicità, essere come felicità. Ciò riguarda più i filosofi della scienza vera od occulta, in quanto – da Platone – lo stupore non viene messo in discussione come inizio del filosofare: ma quanti di essi hanno conservato l'indicazione dell'inizio? Quasi nessun filosofo prolunga lo stupore interrogativo oltre la prima risposta, nessuno ha commisurato costantemente questo stupore a "problemi" che si presentano in concreto, nessuno li ha concepiti come riflessi o modificazioni dello stupore iniziale. Appunto per questo non si è ancora riusciti a percepire nello stupore non solo la domanda ma anche il linguaggio di una risposta, il fondo sonoro di uno "stupore spontaneo", questo "stato finale" che fermenta nelle cose. Ad ogni modo, filosoficamente non si è mai potuto liquidare del tutto l'inizio; la sua eco persiste significativamente nei grandi sistemi, ed è ciò che distingue il metafisico dai semplici contabili della spiegazione del mondo. Esso associa sempre filosofia e giovinezza e rende la metafisica in ogni suo momento inquieta, rigorosa, la rende una sorta di saggezza della vecchiaia dentro la freschezza precoce e diretta dello stupore originario dei diciassette anni. Ecco perché si vorrebbero meditare a fondo, ogni tanto, le poche parole dette di sfuggita, da quell'uomo e quella donna, in una sorta di esercizio mattutino dell'istinto. Allora i grandi enigmi del mondo non gli nasconderanno interamente il suo unico segreto invisibile.


Tema dell'incantamento

Vorrei e non vorrei. Vogliamo qualcosa di cui non c'importa nulla e già ci siamo completamente dentro. All'altro sembra un capriccio, per noi probabilmente è vuoto. Benché scontenti, andiamo avanti, sembriamo incarnare quella maligna ostinazione. Infine si torna indietro miserabili, in rotta con sé stessi.
È così che attraggono le cose a cui si è presa l'abitudine e non se ne può più fare a meno. Esse suscitano quei desideri insensati il cui adempimento non reca alcun piacere, mentre la loro frustrazione fa soffrire. Un uomo, un gruppo di amici, una serata, possono attrarre; si sa bene quanto poco significato abbiano cose di questo tipo, ma uno slancio a metà ci fa comunque tendere la mano per afferrarle, poi precipitare di nuovo, senza che ci serva da lezione. Non è tanto che siamo deboli di fronte a questi allettamenti, piuttosto siamo irrequieti e ricchi di immaginazione, appunto questo è il loro elemento vitale.
Si è ancora più sedotti da esseri di un'altra specie o da cose sconosciute, che sono là dove noi non siamo. Verso quel luogo fluiscono e risplendono le forme più svariate di cui il mito ci offre l'immagine, l'acqua attira come i fuochi fatui, soprattutto la bellezza delle lontananze attrae verso di sé, la foresta con la sua verde profondità ci osserva con sguardo insondabile. Si sente suonare il flauto dell'incantatore di topi di Hamelin, e nelle leggende più arcaiche cantano le sirene; seduzioni grandiose disseminate nei nostri desideri irrequieti, nell'idolatria dell'ignoto, nonché nell'elemento ovunque ancora indeciso del mondo. Ma il suo seme germoglia perlopiù solo come fantasmagoria, dietro l'incantatore di topi c'è la morte nella montagna; dietro l'acqua, e soprattutto dietro il canto delle sirene, attendono ninfe fatali che stridono come avvoltoi e l'isola è ricoperta delle carogne di coloro che esse hanno ingannato. È giocoforza ora evocare e dissipare in qualche storia molto semplice, e anche molto vecchia, esperienze di questo genere, che si vivono costantemente e sono dotate di una tonalità mitica. Si tratta innanzitutto dell'“incanto delle cose", mascherato; dietro di esso le molteplici tonalità del piacere e le corrispondenti fasi dello scacco. Ogni incantamento contiene l'invito delle sirene al piacere; solo dopo averlo perseguito e provato il soggetto sedotto cade nel suo "contrario". Nell'apparenza che non mantiene affatto ciò che promette, poiché è troppo bella. Scintillii del "gran mondo", splendore delle donne, della seta, delle pietre e delle uniformi, insomma tutti gli eccitamenti del colportage gli renderebbero un servizio migliore se i baciapile non avessero già sospettato anche troppo di questo tipo di apparenza – per i loro fini, che sono totalmente privi di vita. Non questo, ma piccoli fatti verranno ricordati, storie infantili e popolari di banchetti, harem, glorie guerriere, fumo terrestre, simboli delle seduzioni dell'oggetto in grande. Il soggetto sperimenta nell'incantamento unicamente ciò che l'apparenza seducente, che ha sempre un che di singolare, nasconde di maligno e non ciò che essa intende o ciò che riluce sotto lo splendore del tout va bien, come in una serra.

La storia comincia con un fanciullo tutto contento del pasto che avrebbe fatto l'indomani. Viene il giorno di festa, gli invitati sono seduti intorno al tavolo, i bambini sono vestiti di bianco. Finita la minestra, arriva il bell'arrosto, un cosciotto di bue sul "tavolino, apparécchiati". Il padre si alza in piedi, pronuncia alcune parole amichevoli e inizia a tagliare l'arrosto. Ma nel momento in cui le forchette si piantano nella carne, un fruscìo, viene fuori un rigagnolo di pus. L'animale era malato, e poiché la sua coscia era stata arrostita a pezzi, la cuoca non si era accorta di nulla. Solo a tavola tutto divenne chiaro, il fanciullo vide per la prima volta cosa c'è dietro la crosta. Adesso, quando gli dicevano che è meglio evitare le cose viscide, non pensava più come prima che fossero fole, ma sapeva bene di cosa si trattasse. Sapeva che era dietro, ma non si poteva sempre esserne certi, se non si andava a vedere di persona.
Un giovane racconta un'altra storia, sta bighellonando per la strada. Una vecchia gli rivolge la parola: "Aspetta un momento, mio caro, vieni con me. Ti voglio condurre fino a qualcosa che ti piacerà". Il giovane comprese e la seguì, attraverso parecchie viuzze, fino a una casa superba, dove fu accolto da una dama riccamente adorna, giovane e bella. Essa salutò il giovane come fosse il suo innamorato tornato da un viaggio in paesi lontani, e lo attirò a sé sui cuscini. Bevvero e scherzarono finché l'ardore del vino non li inebriò, il giovane baciò la donna in estasi e l'avvolse nelle sue carezze. Ma mentre la baciava essa balzò in piedi e si precipitò fuori della camera per un lungo, buio e solitario corridoio, il giovane dietro di lei, la inseguì per saloni laterali da cui sembrava provenire la sua voce, poi di nuovo per il corridoio, in un nuovo salone, dove la inseguì tra cuscini e tavoli finché essa si rifugiò in un letto nell'angolo più buio, e si distese lungo la trave della parete. Mentre ancora stava correndo, il giovane inciampò nello spesso tappeto alla luce della lampada sospesa sopra la donna pallida: il tappeto cedette e l'innamorato cadde nudo come Dio l'ha fatto sulla piazza del mercato piena di gente, dal terrazzo nel negozio dei conciatori che dicevano ad alta voce i loro prezzi, compravano e vendevano, era mezzogiorno, in pieno sole. Quando lo videro in quello stato e ubriaco, proruppero in grida e risate a crepapelle e si misero a percuotere il corpo nudo con delle pelli; il giovane non si rendeva ancora conto di cos'era successo, finalmente arrivò in suo aiuto un conoscente, gli diede dei vestiti e lo fece condurre a casa sua. Così ebbe fine l'idillio, con un trabocchetto che si apriva sul colmo del ridicolo, precipitando da una fiaba da mille e una notte nella stridente prosaicità. Quasi una fortuna per l'innamorato non aver avuto alcun presentimento dei segreti della dama durante tutto il gioco amoroso, l'aver vissuto felicità e scacco successivamente e non simultaneamente e reciprocamente cangianti, come l'altro ragazzo, di cui stiamo per narrare la storia. Qui la vittima non se la cava con un semplice choc, i contraccolpi lo scombussolano fino al midollo.
Il ragazzo era a servizio da un contadino, una vita dura. Un giorno passò per il villaggio una truppa di lanzichenecchi, portarono via quello che poteva servirgli e continuarono la loro marcia urlando a squarciagola. Il ragazzo, dietro; li raggiunse in un ricco villaggio, si presenta davanti al capitano, il quale dice che può arruolarlo, sarebbe ingrassato in quella masnada, marciando verso l'Italia. Tutta la truppa si trovava in alto davanti a un fienile, tra botti di acquavite: là fu condotta la recluta. Tolti gli abiti da contadino e indossata la variopinta divisa dei lanzichenecchi, il ragazzo si pavoneggiava, beveva e ascoltava le esuberanti grida di morte echeggianti di sangue e di donne.
Già da un po' il capitano lo stava osservando, con un'aria strana, rideva mordendosi la barba. Lancia un ordine alla banda e immediatamente due lanzichenecchi afferrano il ragazzo e, seguiti dall'intera truppa, musica in testa, lo portano nel fienile. "È il momento di dare inizio alla cerimonia", dice il comandante, e tira fuori dalla tasca una piccola corda. Il soldato mezzo ubriaco credeva che l'avrebbero battuto, come aveva sentito dire, perché era stato arruolato e perché gli amici ne gioissero e lui desse prova della sua virilità. Lui stesso si sfila l'abito variopinto per far vedere che non aveva paura, ma era pronto ad affrontare i pericoli della guerra e le ferite, come si conviene a un lanzichenecco. Il comandante prende la corda, ne lancia un capo sulla trave del tetto; a un cenno, la truppa fa rotolare una vecchia botte con le assi rotte da un angolo e la colloca sotto la trave. Quegli uomini non erano dunque lanzichenecchi, ma banditi, chiamati vaccari, non gli passava per la testa di affrontare un'armata, erano tutti senza eccezione dei disertori. "Vieni qui, ragazzo" esclama il comandante in tutta calma e gli mette intorno al collo l'altro capo della corda, intimandogli di salire sulla botte. "Questa roba potrebbe andare in pezzi", dice il ragazzo ridendo e sale sul barile, la corda al collo; allora il capitano tira il capo della corda sulla trave così forte che il corpo viene sollevato. Il ragazzo urla ghignando e si mette sulla punta dei piedi; ma il capitano tira ancora di più la corda mentre i lanzichenecchi ridono. "Adesso il coraggio è sufficiente?", urla il ragazzo vomitando; allora il capitano dà alla botte un colpo che la fa andare in pezzi e il ragazzo viene sollevato in aria, si tiene con le mani alla corda penzolando nel vuoto. "Adesso, caro il mio masnadiere," ghignava il capitano "vai a raggiungere le milizie celesti", il giovane si sforzava ancora di ridere, gemendo e rosso come un mattatoio. Ma nessuno faceva più attenzione alle spiritosaggini che il ragazzo tirava fuori con respiro affannoso, credendo di avere ricevuto solo il battesimo delle armi; il capitano era già uscito dal fienile e la banda di vaccari al suo seguito. Il ronzio del silenzio era rotto solo dallo strepito delle botti di acquavite. Inutile infilare la mano nel cappio, issarsi fino alla trave, con i denti il giovane morde la corda, grida aiuto con un rantolo quasi simile al riso, quindi lascia tutto, la trave si spezza e il ragazzo rimane penzoloni immobile. – Posto che ci sia una vita dopo la morte e che il giovane lanzichenecco si risvegli, il nostro ragazzo scottato avrebbe dovuto temere meno il fuoco dell'inferno della gloria celeste, che tanto promette. Il poveretto non era certo sotto una buona stella per quanto riguarda il servizio militare, ma era certo dotato per essere stuzzicato a morte, per vivere, diciamo così, l'ambiguità dei suoi amici d'un colpo solo e simultaneamente, a differenza dell'innamorato ingannato, con il suo choc prodotto semplicemente dalla sorpresa. Ciò che nell'altra storia la dama fu l'unica a godere, l'atmosfera indissociabile di piacere di male, il soldato entusiasta lo ha provato lui stesso durante la cerimonia, trovandosi radicalmente di fronte all'ironia dell'apparenza della serietà e non più della serietà dell'apparenza. La dama di prima è ben lontana dall'assomigliare al capitano, ma entrambi popolano mica male la categoria dei banditi burloni; le sirene della leggenda, del resto, non dilaniavano subito le loro vittime, ma mescolavano a lungo e intimamente femminilità e trabocchetto, favori e pericolo, musica e dilaniamento.
Più ancora della donna e della guerra, attira ciò che sta dietro molti esseri, belli, morti, segreti. Cioè dietro pietre, colline, montagne, intorno a cui il popolo ha creato una musica più misteriosa di quella delle sirene. È il momento di raccontare una storia d'incantamento tra le tante che appartengono al genere della mitologia ctonia, la narra Ibsen, ed è capitata al contadino norvegese Lars, che era anche intagliatore di legno e musicista ambulante. Costui un giorno non tornò più da una commissione che doveva fare a un alpeggio. Passarono alcune settimane, ricerche fatte con pochi mezzi erano rimaste senza esito, il pastore a mezzanotte fece suonare le campane. Al primo rintocco Lars era in chiesa, ma diede solo una risposta breve, anzi non diede risposta. Solo un po' per volta ammise ciò che peraltro sapevano tutti, che sulla collina era stato ammaliato, non sapeva come fosse successo. Raccontava di una camera piena di sculture di legno, come non ne aveva mai viste, ma per tutti i giorni che aveva passato lì non aveva visto nessuno, tranne una fanciulla. Durante tutto quel tempo non si era mosso di lì finché la fanciulla non gli portò un violino, non ne aveva mai tenuto in mano uno così, lavorato con arte eccelsa, e lo invitò a suonare. A lungo non seppe decidersi a farlo, per quanto lo desiderasse; ma al primo tocco dell'archetto, il violino si mise a suonare, tutte le potenze sotterranee si misero all'unisono, come se fossero nella stanza, e si unirono al suo canto. Lui stesso cominciò a cantare, suonando, quando improvvisamente risuonò un rintocco di campana, la stanza era tutta piena di gente e, come si era guardato intorno, si trovava nella chiesa. Questa storia venne fuori a pezzi e bocconi e solo molti giorni dopo. Lars non suonò mai più come prima al ballo della domenica, l'incantesimo sembrava non abbandonarlo del tutto e infine si fece vedere sempre più raramente tra la gente. Passava il suo tempo a intagliare il legno, cercando di riprodurre quanto aveva visto in quella stanza, oppure scolpiva violini che avrebbero dovuto somigliare a quelli sotterranei. Giorno e notte stava rintanato in una piccola soffýtta, ricolma di sculture incompiute e di ogni varietà di cose strane, di cui nessuno riusciva a capire lo scopo e la funzione. Infine si consacrò alla fattura di una figura femminile di legno che aveva i tratti della fanciulla di cui aveva parlato; ma non riusciva a cavarne niente, senza posa ricominciava sempre da capo la sua opera, senza decidersi ad andare avanti, alla fine diede solo qualche colpo di scalpello, gettò via il pezzo di legno, per ricominciare in uno nuovo lo stesso tormento. Lars cadde così in una malinconia sempre più misantropa; secondo una versione della storia, ha fatto ritorno sulla montagna; secondo un'altra, più verosimile, fu trovato impiccato nella sua soffitta, in una calda sera d'estate. Insomma: anche per quest'uomo l'incantesimo dell'inizio fu intenso e venne meno irrimediabilmente; egli aveva tentato di riprodurre ciò che lo aveva affascinato sulla montagna, e il suo fallimento, verosimilmente, non è da attribuire alla limitatezza delle sue capacità, bensì al fatto che anche qui un trabocchetto si apriva sull'illusione insondabile, una corda pendeva nel vuoto, poiché anche la musica ricercata o la femminilità o la saggezza che stava all'interno della montagna, al risveglio non erano che cenere, come l'oro di Rübezahl, il genio del monte dei giganti, il giorno dopo. La fatale follia del contadino Lars, la caduta sul mercato dei conciatori, la disillusione del soldato impiccato (oltre tutto il resto che vi può essere, nella folle passione) hanno un'affinità su un piano molto elevato; sul piano della malinconia e della magia ctonia, del vuoto rimuginare implacabile verso il basso e verso l'interno, dello scavare senza speranza alla ricerca di un tesoro che non si trova affatto nelle seduzioni di una profondità tanto esteriore. Nelle leggende simili a questa, gli ammaliati, quelli che si perdono appassionatamente dietro la natura ancestrale della montagna, in tre giorni invecchiano di ottant'anni, la loro vita è passata perché hanno dato ascolto a un essere ardente nella cavità della montagna, che ha un suono aspro come se "s'inorgoglisse della sua profonda saggezza"; il saggio, a dire il vero, non era altro che il gufo dall'occhio di bragia e la saggezza delle rocce era solo il vicolo cieco di una morte gigantesca, folle, stereotipata – quella del "fondo" delle montagne e della natura incantatrice.

Ma non ogni incantamento conduce così inesorabilmente nel vuoto. Il mondo è in cammino, appunto in una luce composita, e deve anzitutto sostenere la prova dello splendore, o eventualmente troncarlo. Molte fantasmagorie non sono eterne; al contrario, ogni sorta di "adempimento" reca con sé la possibilità di essere una fantasmagoria. Festini, donne, guerre, rimuginamenti mescolano sempre il puro incantamento allo scintillìo della cosa reale, che qui fermenta e non è ancora venuta fuori; né come nulla (come nella semplice fantasmagoria e nello scacco), né come qualcosa. Peraltro bisogna essere sensibili alle differenze del cammino, soprattutto delle sue parti finali: il piacere si nutre del semplice incantamento che viene appagato, quella concupiscenza e quella curiosità soprattutto "demoniaca" che si affida all'ampia strada che conduce all'inferno e che tanto rapidamente si restringe in una gola. Al contrario, nell'attrazione della sostanza ha il sopravvento, all'inizio, la pena amara, e alla fine la sorpresa della salvezza; i suoi segni e i suoi pegni all'inizio sono smilzi e crescono solo con il progredire attivo che è la maturazione e il venir fuori della cosa stessa. Ma queste differenze non sono certe al punto che si possa fare a meno del cammino o dell'assaggio del sole, che porta tutto alla luce del giorno. Incantamento e sostanza possono anche presentarsi mescolati abbastanza a lungo durante il cammino, in conformità al mondo che è anch'esso ancora indeciso e non è così ben ordinato da potersi distinguere fin da principio senz'altro il canto delle sirene dalla musica di Wagner o di Bach o i diversi gradi della meditazione. A questo proposito, non sempre l'epoca ha visto giusto. Socrate e Cristo sono passati per "seduttori"; ma qui è all'opera soprattutto una dialettica, una dialettica in lotta e che si può seguire solo nel processo, la quale può anche portare la sostanza in tutta prossimità dell'incantamento, ciò che è "reale" nelle vicinanze della "fantasmagoria", posto che niente è ancora completamente deciso nel mondo. Né cosa sia reale né cosa sia fantasmagoria; spesso l'uno si compenetra nell'altra nel mondo in fermento. Il giglio ha un profumo inebriante, eppure è l'immagine della purezza; la donna, intorno alla quale tutto è sempre in effervescenza, in fosforescenza, è al pari della musica – la cosa più elevata e la più indecisa del mondo; l'enigma della montagna non è ancora stato sciolto, per tacere della notte. La fantasmagoria più esplicita, del resto, se non altro scimmiotta o anticipa con mossa perversa, in modo menzognero, uno splendore che deve essere in qualche modo impiantato nella tendenza della vita, nelle sue semplici "possibilità", ma pur sempre esistenti; d'altronde, presa per sé stessa, la fantasmagoria è sterile, e non ci sarebbe neppure una fata morgana senza palme nella lontananza dello spazio e del tempo. Anzi, la fantasmagoria può diventare un segno, contro le sue intenzioni; ma non contro le nostre. Non si arriva impotenti alla fine amara, ma tantomeno le si sfugge, la sua apparenza è là per essere vinta e il suo riflesso esiste per essere ereditato concretamente. Anche questo è stato meravigliosamente anticipato in una leggenda (una leggenda greca del tipo di quelle a cui alludeva Aristotele, quando diceva che un amante della saggezza deve anche essere un amico delle leggende e delle fiabe). In effetti, quando Odisseo si fece legare all'albero maestro, riuscì ancora a sfuggire alle sirene, capitolò in anticipo di fronte all'incantamento; ma quando Orfeo passò di lì e le sirene cantavano, si mise lui stesso a suonare la lira e la sua musica costrinse le sirene a tacere e ad ascoltare: in questo modo Orfeo non solo ha resistito al loro incanto, ma lo ha vinto e superato con una magia bianca, la nave degli Argonauti passò di lì senza lasciarsi ammaliare e così le sirene, spossessate del loro potere, si gettarono in mare e diventarono scogli. È vero che hanno lasciato una traccia di sé nella donna, nel mare, nella roccia, nella seduzione delle vuote caverne e delle vastità lontane, nel mistero ancora "insondabile", certamente non deciso, equivoco, della natura. Nell'enigma della sua primavera, che è tanto esteriore quanto quasi nostra, della sua musica alpina e del suo sole, corpo incandescente inafferrabile intorno al quale la terra gira ancora "correttamente" senza cadergli addosso, così come – senza essere ancora il sole umano – rappresenta il simbolo ovunque risplendente della "luce".
Mantenersi puri è dunque altra cosa dall'essere puri. I giovani conoscono le peregrinazioni ardenti e oscure per i campi o la città. Splendono le donne con i loro colori e quell'una nascosta tra loro, l'incontro senza esito è una lacerazione, lo sguardo rapido senza presente e senza futuro, senza rapimento, che si perde nel passar oltre ed evoca dietro tutte le cose la nostalgia del sogno buio, profondo. Si conosce appena il punto in cui la volontà si distoglie dal cammino, in cui cominciano i fuochi fatui, dove la via ben tracciata verso il fine – esclusiva, definita e chiara – trascina in tutto quel fulgido scintillìo. Il cielo è ancora alto e lo zar ancora lontano: fuggire l'incanto non vuol sempre dire scoprire la luce e certamente non è la stessa cosa che cercare la luce. Sfuggire radicalmente all'impulso diffuso che ci spinge verso la luce può anche significare una diserzione, se facciamo riferimento all'esistenza del processo, alla necessità di strappare l'originale alla sua confusa inquietudine, e soprattutto alle caricature della fantasmagoria. Un maestro del chassidismo diceva: chi segue i comandamenti andrà in paradiso ma, non avendo conosciuto le delizie e il fuoco, non sentirà nemmeno le delizie e il fuoco del paradiso. Così diventa chiaro: solo come tentatore e come tentato l'uomo può realmente essere pio, egli conosce le luci mistiche attraverso l'esperienza del mondo, ma anche le stigmate della fantasmagoria subìta che conduce ad esse.


Senza volto

Una ragazza giovane, bella, piena di vita, ambiziosa, apparentemente dotata, fuggì dalla casa paterna.
Diede fuoco a tutto l'infiammabile, da ogni lato e contemporaneamente. Cercava il meraviglioso, e soprattutto riteneva sé stessa una meraviglia. Divenne attrice in un piccolo teatro, spedì a casa le prime critiche elogiative. Mantenne a lungo, guardando costantemente verso i genitori e verso l'ambiente familiare, cruccio della sua giovinezza e muro di incomprensione che doveva capitolare, l'illusione presuntuosa della sua fama. Per farla breve, spinta alla deriva, andò a finire molto male. Le mani vuote e le scarpe bucate, capitò infine proprio nella stupida città natale da cui era fuggita. Ritornò con dei sogni evidentemente non ancora realizzati, divenne segretaria in un uffýcio, distribuì tessere per il pane durante la guerra, apparentemente a titolo del tutto benefico, in realtà grazie al credito di cui godeva suo padre. Poche settimane più tardi, l'ex-attrice Karoline Lengenhardt, che non aveva ancora trent'anni, fu ricoverata in manicomio.
Ciò che è avvenuto a questa ragazza fino al momento in cui essa è arrivata dove ora si trova, dovrebbe turbare la maggior parte delle nostre notti tribolate. La sua sventura manca certo della grandezza che solitamente consola la vanità e l'ambizione di coloro che stanno sprofondando. C'è una discrepanza totale tra la volontà che la spinge e la realizzazione interiore, per non parlare di quella esterna. L'ardore impotente del volere non è riuscito ad aprirsi un varco, e perdipiù la ragazza non era dotata, non era semplicemente in una posizione infelice o misconosciuta, no, non era affatto misconosciuta. Resta comunque stridente il divario tra il primo splendore e le circostanze casuali che l'hanno bloccato o fatto deviare sulla strada sbagliata. Il suo è un volto che non ha preso forma, è mancato uno scopo a questa vita tra due classi, alla sua cavalcata fuori del milieu borghese, anzi sono mancati il cavallo e il cavaliere; nessun risultato, nessuno sbocco. La parte del caso, nel suo destino – in ciò che le era "destinato" – fu così gigantesca che soffocò la vocazione che essa sentiva e che in lei effettivamente c'era. Quanto di vitale c'era nella sua cavalcata fantastica servì solo a portarla in manicomio. Perché, domandò uno che conosceva le donne, noi che siamo limitati in tutto, dobbiamo soffrire così, senza limiti?

copyright Garzanti Libri 2001

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