«Matita in mano una donna distribuisce in media circa tremila baci e ne riceve circa duecentomila, durante la sua vita. Nella mia città vi sono trecentomila donne, cioè un movimento di alcuni miliardi di baci. A chi ne toccano migliaia e migliaia, a chi poche dozzine. Con tale cifra sbalorditiva si potrebbe far stare allegro mezzo mondo. Nossignore, c’è perfino chi resta senza». I calcoli li fece Cesare Zavattini e li pubblicò in Parliamo tanto di me. Era il 1931, chi sa se questi dati sono rimasti invariati, in percentuale, ora che siamo nel Duemila. È certo che i baci d’una volta conservavano speranze ardite che oggi spesso sono certezze fin troppo scontate. Ma guai a pensare che la facilità faciliti l’esistenza. E se un tempo le speranze erano troppo vestite, oggi forse per ritrovare il sapore di quei baci bisogna faticare altrettanto. L’amore insomma è come quella famosa coperta che in tutte le epoche ti lascia sempre i piedi freddi... E questo perché il piacere dello spirito e il piacere del corpo, a volte, prendono strade diverse.
La parola amore fa contenti tutti. È alta, edificante, pronunciata a bocca piena da tutte le religioni e da tutte le filosofie. L’amore è pieno di scostumatezze, reticenze, timidezze, di qualche miseria e di momenti giocosi. Le canzoni che lo esaltano non hanno mai trascurato queste «piccolezze». Anzi si son servite della quotidianità per umanizzare un argomento che altrimenti porterebbe direttamente a Dio. Il glossarietto che segue, ispirato al solo amor profano, è una piccola guida per orientarsi nel fitto ginepraio del cuore. E il cuore in amore fa rima con traditore. Non si governa come si vorrebbe. Comincia a battere forte per capriccio e non si sa dove conduce, né quando ha intenzione di tornare alla normalità. Per questo molti poeti sensibili e sensuali come Ovidio hanno insegnato, insieme all’arte dell’amore, quella di uscire con eleganza dalle sue trappole.
Remedia amoris (La medicina dell’amore) ci mette in guardia dalle insidie di una passione dolorosa e sublime, necessaria per la nostra vita e per quella delle generazioni future, le quali non verrebbero mai al mondo se la medicina funzionasse sempre. Per fortuna non funziona quasi mai. Così lacrime e baci faranno sempre da cornice alla vita. E lo strazio del cuore troverà sempre una canzone.
Andiamo. Prima persona plurale del verbo andare, che in amore viene accompagnata da «di là?», dove per «di là» si intende la camera da letto. «Andiamo di là?» è infatti la frase che puntualmente si pronuncia sul divano dopo averne verificato con concretezza la sconvenienza.
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Baci. Ovidio (Naso magister erat), indiscussa fonte d’ogni manuale di buen amor, a difesa della teoria che vuole il bacio un mezzo e non un fine, afferma, da vero impunito: «Se poi chi prese i baci non prende anche tutto il resto, ben degno egli sarebbe di non aver avuto anche quel che ebbe!»
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Cenetta. Dicesi cenetta la prima speranza d’amore. «Se accetta è fatta!», pensano gli sprovveduti. E invece bisogna aspettare ancora il primo, il secondo, i contorni, la frutta e il caffè. Chi non è impaziente non è innamorato, e per questo i tête à tête si digeriscono male. Nemici aglio e cipolle, e troppo vino. E guai a bruciare tutta la libido sulle fumanti tagliatelle. Un amore senza eccessi è come un brodino Knorr. Ci vuole tanta arte nelle cenette e poca in amore, perché l’arte d’amare è amare senz’arte.
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Dunque. È sempre preceduto da «andare al». Nelle varie civiltà il sesso femminile ha preso mille nomi, più o meno gentili, più o meno scellerati. Nel Duemila, anche grazie all’ardua e lunga lotta delle donne contro una visione maschile così sprezzante dell’oggetto in questione, e grazie ai ritmi forsennati della vita moderna, il sesso femminile viene spesso chiamato, appunto, «dunque». Andare al dunque ha la stessa valenza del bacio vittoriano. Quello era tutto il dunque possibile. Nei verbi «andare» e «venire» c’è il travaglio amoroso: non è sempre facile arrivare al dunque, specie in quattro e quattr’otto.
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Educazione. È scritto sul vocabolario che l’educazione è «il complesso delle attività tendenti a sviluppare nell’uomo determinate facoltà». L’uomo, nel nostro caso, abbraccia la donna. Ora ci si chiede quali siano le attività che fanno sviluppare nell’uomo (che abbraccia sempre la donna) le attività tendenti a sviluppare eccetera eccetera. Un tempo padri e zii dissennati portavano i fanciulli a educarsi nei bordelli mentre le ragazze lavoravano di cucito. Quelli venivano educati a frettolose ingordigie, queste al paziente cesello. Di qui le future incomprensioni. «Amami a poco a poco, per mantenere il fuoco», dice lei. Ma lui è maleducato e tace, pensa alla fiamma e non pensa alla brace.
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Figura. Spesso brutta, e proprio quando il desiderio è più dirompente (almeno questa è la scusa più ricorrente, stando agli ultimi dati Istat). La posizione è eretta, il corpo è nudo, i piedi scalzi, la testa è china. In mezzo alla stanza. «Non so che mi succede!» è la frase più angosciosa, pronunciata perché lei ascolti. «Forse ti desidero...». La parola «troppo» la pronuncia lei, a memoria, come esclamativo finale. E comincia il momento delle sigarette e degli sguardi al soffitto. Poi nel silenzio lei dice, con voce consolante: «Capita!». Eros è chiamato anche Dispetto alato, non a caso.
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Gelosia. Solo il vero geloso sa quanto siano fondati i suoi sospetti.
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Harem. Taluni, seppure timidamente, osano ancora avanzare l’ipotesi che l’harem sia il più naturale, semplice e spontaneo giardino d’amore, dove l’uomo, come l’ape, deposita il polline sullo stimma di tanti fiori diversi. L’harem è invece una dimora abitata da fantasmi, un luogo buio, sprofondato nelle viscere del maschio e che popola i suoi indicibili sogni.
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Innamorarsi. «Puoi vestirti più che chic e rimbalzare come un clown, ma il cuore è barbaro, barbaro, barbaro!». Per l’Amore le parole di una canzone d’amore sono il non plus ultra. Mai immergersi nel pensiero della nostra creatura innamorata ascoltando Mahler, Beethoven o Mozart. Mai nessuna musica dev’essere più pensosa di noi, più alta del nostro sentimento. Si ricorre all’arte quando è troppo tardi, non più per gaudio ma per star male.
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Letto. Ah, se potesse parlare! Innanzi tutto racconterebbe la desolante frustrazione di un tradito. Evocato e agognato nelle primavere amorose, si vede via via tornare all’umile ruolo di raccoglitore di sonni. Esauriti i primi fantasmi, Eros l’abbandona: preferisce la cucina, il tinello, lo sgabuzzino, le ore mattutine e le controre.
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Mistero. Da due secoli a questa parte si è parlato molto di amori e poco dell’amore, ricorda Ortega y Gasset. Il mistero dell’amore, quindi, è rimasto tale perché nessuno ha voluto infilarci dentro le mani. Una ragione c’è. Il mistero che gli sta dietro ha in sé qualcosa di tragico: è come il vaso di Pandora, è meglio non rovesciarlo.
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No. Fra tutte le parole d’amore, «No» è la più crudele. Ma è anche, ahi noi, la più erotica.
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Occhi. Quando si notano troppo c’è qualcosa che non va da un’altra parte. Ma lo sguardo dell’amore è diverso da tutti gli altri. Gli occhi più casti non battono ciglio alle blandizie, non si chiudono davanti alla verità, non si lasciano incantare dai prodigi. Gli occhi innamorati invece si abbassano ai complimenti, si abbuiano di fronte alla verità e si lasciano imbrogliare dagli incantatori.
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Pecorelle. Si conoscono uomini che non contano le pecorelle solo per addormentarsi. Lo fanno anche per frenare le furie amorose nel momento culminante. Nulla infatti placa di più l’eros che un bel quadretto bucolico con tante pecorelle che passano.
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Quid. Ovvero «nonsoché». Si dice spesso: «Quella (o quello) ha un certo nonsoché!». Si tratta di qualità sicure ma indecifrabili a prima vista. Purtroppo il quid lo scopre chi è di gusti facili. Un «nonsoché» ce l’hanno tutti, così chi non va troppo per il sottile condisce di lodi chi lodi francamente non merita. Ma si sa: olio, aceto, pepe e sale fanno buono uno stivale.
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Riscaldamento. D’inverno deve essere acceso.
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Sfarzo. Il treno posteriore del mandrillo maschio sfoggia, in periodo di attività amorosa, un arcobaleno di colori che rappresentano agli occhi della femmina un appello all’amore. Si tratta di quelle disgustose cotenne colorate che allo zoo vediamo pendere dal bassoschiena di alcune scimmie. Siccome gli uomini è da loro che provengono, la conclusione è banale: la semplicità e la nudità non portano a niente, in amore servono magniloquenza e sfarzo.
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Tradire. Parola composta di «tra» e «dire». Dire tra, lanciare messaggi silenziosi, nascosti nelle frasi. Che poi significa dire una cosa e farne un’altra, oppure dire due cose opposte con la stessa frase. Tale fenomeno linguistico è imperante nella politica, ma spesso sboccia in amore, in genere con l’amore stesso.
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Uh... uh! Lamento amoroso maschile pronunciato a labbra puntute. Il ritornello di una canzone antica così recita: «Mamma, mamma chiudi la porta, non voglio vedere più nessuno. Faccio finta che sono morta per far piangere qualcuno». E lui piange, piange: «Uh, uh... uh... uh!»
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Voyeurismo. Far bene di nascosto o far bene palesemente? Nel primo caso si commette peccato d’orgoglio e di insensibilità verso chi trarrebbe giovamento dal bell’esempio. Nel secondo caso si commette peccato di vanità, di esibizionismo, di vanagloria. Allora qual è l’ideale? Far bene di nascosto e non sapere di essere spiati da qualcuno.
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Zero. Il più brutto dei voti. Ma attenzione! In amore guai ai cinque o ai sei. Zero è meglio, perché non è mediocre.
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