Concorso Letterario NOVI "Cioccolato…passione"
Vincitrice per il miglior racconto: Guia Risari
Il segreto di Miguel La Lune
(Così ha cominciato Joanne Harris…)
Tra tutti i festival in Francia, il grande Festival del cioccolato di Agen-la-Bouche era il più spettacolare nel suo genere. A fine agosto, durante una esaltante settimana, le strade si ricoprivano di cioccolato, l’aria era pregna del suo profumo, e persino la sabbia tra le pietre dell’antico acciottolato assumeva il colore di quella polvere magica. Turisti, cuochi, appassionati, professionisti, epicurei, artigiani e pellegrini affollavano ogni anno la cittadina, come per ricevere una benedizione. Era per tutti un momento di gioia.
Per tutti, cioè, tranne che per Thierry La Lune.
Il padre di Thierry lavorava il cioccolato. Anzi, per la verità era qualcosa di più: era uno scultore di cioccolato; uno di quegli artisti che, sul bordo della strada, prendono un enorme blocco di cioccolato grezzo e lo scolpiscono dandogli forme favolose; un anno una testa di mammut, l’anno dopo un cavallo rampante, l’anno successivo una donna con una coppa tra le mani, i capelli sciolti sulle spalle e un viso dolce, lo sguardo cieco rivolto al cielo. Miguel La Lune era un visionario, un sognatore, un poeta. Purtroppo, come quasi tutti i sognatori, era anche completamente squattrinato.
Anno dopo anno, sin dalla sua prima infanzia, Thierry aveva imparato a temere il Festival. Più precisamente, aveva cominciato a temere la Gara di scultura del cioccolato, nella quale i cioccolatieri di tutta la regione si sfidavano per vedere chi sarebbe stato l’autore della creazione più straordinaria.
I preparativi cominciavano ad aprile, quando la casa era inondata di studi e schizzi del nuovo progetto di suo padre. A maggio questi si chiudeva nel suo studio in fondo al giardino, a modellare nell’argilla la sua visione; giugno lo vedeva impegnato a sperimentare vari tipi di cioccolato temperato e non temperato, verificandone la consistenza e la struttura. Luglio era dedicato agli utensili. Coltelli da scultore, la cui lama andava immersa nell’acqua calda per facilitare il taglio; spatole con lame arrotondate; ceselli; lampade per saldare. E sempre con quel vivido ottimismo, quasi disperato; quest’anno sarebbe stato diverso, quest’anno lo avrebbero notato; quest’anno avrebbe vinto.
Il premio. Era l’ossessione di Miguel. E mentre lavorava nel suo studio, Thierry e sua madre lo sostituivano nella chocolaterie, accanto alle scatole di praline e ai liquori che nessuno comprava perché costavano il doppio che in qualsiasi altro posto (Miguel La Lune usava soltanto i migliori ingredienti e i suoi prezzi erano i più bassi che potesse praticare senza andare in perdita); e Adeline La Lune, che un tempo era stata una giovane donna piena di allegria, diventava sempre più acida e taciturna, cosa che non contribuiva certo a migliorare l’andamento degli affari.
Ma Miguel non perdeva il suo ottimismo. Quest’anno sarebbe stato diverso, si disse. Quest’anno il premio sarebbe stato suo. Quest’anno, aveva un piano.
(…e così prosegue Guia Risari )
Aveva passato l’inverno osservando i progetti di scultura accumulati negli anni. Ne aveva almeno una cinquantina; alcuni erano astratti, altri troppo ambiziosi; e l’arte del cioccolatiere non ammetteva diversioni: doveva andare dritta al cuore. Miguel lo sapeva, sapeva esattamente cosa doveva fare. Semplicemente fin a quel momento gli era mancato il coraggio. Nella Vita poteva capitare, specialmente quando si amava il cioccolato. Il cioccolato, ripeteva sempre Thierry, non è una materia come un’altra. Non è duro e freddo, non ha venature o nodi, ma soprattutto non è inorganico. No, il nocciolato non è morto, è vivo. Una convinzione che Adeline si era stancata di ascoltare con il sorriso stupito di quando aveva incontrato Miguel e lo guardava modellare blocchi di fondente raccogliendone meccanicamente le scaglie. A quell’epoca, Miguel lavorava di notte sotto la luce della luna che si specchiava nelle lastre di gianduia, deformandosi. La luna aggiungeva un elemento poetico alla sua ispirazione e gli permetteva, di giorno, di vendere scatole di cioccolatini, da sei, da dieci, da venticinque. Adeline aveva capito subito che Miguel era un artista; quel che ignorava e che solo gli anni di matrimonio le avevano chiarito era che l’arte, la passione per il cioccolato consuma. E Miguel, con gli occhi chiari che gli risucchiavano il volto e le mani scarnite, non trovava pace. Nel cioccolato, scolpendolo cercava qualcosa, un segreto, una formula magica che nessuno altro poteva rivelargli. Adeline non voleva impazzire. Sognava una vita tranquilla; un figlio, un negozietto, una piccola esistenza decorosa. Il decoro, insisteva, prima di tutto. L’amore lo conservava in fondo, da qualche parte, nascosto nello sguardo irrigidito dagli anni. Ad Agen-la-Bouche l’avevano soprannominata l’Amara; non immaginavano quante notti avesse vegliato sulle sculture di Miguel, finchè la luna sbiancava e scompariva. Adesso Adeline dormiva. Le capitava ancora di svegliarsi e scendere in silenzio nello studio, a cercare Miguel, piegato sulla colonna di un tempio o arrampicato sull’albero maestro di un veliero. Lo guardava, allora, con una tenerezza scevra di illusioni e lo benediceva in silenzio.
Thierry non aveva ereditato quell’ossessione. Miguel lo aveva edotto sui differenti tipi di cioccolato, le mescole e le percentuali di latte e nocciole necessarie al pralinato. La polvere di cacao andava gustata sulla punta di un dito: amaro, dolce, amaro. Questa era la successione di sapori. Thierry annuiva e registrava ogni dettaglio. Sarebbe diventato un ottimo fabbricante di cioccolato, ma mai uno scultore. Modellava la massa morbida di cioccolato, la pasta, in cioccolatini a forma di cuore, di pesce, di cubo, di ferro di cavallo. Si vendevano, ma non c’era energia nelle sue figure: il cioccolato era fissato nella forma più consueta del commestibile. Miguel si era rassegnato, d’altra parte non era una tragedia: il ragazzo cresceva sano e affettuoso. Che altro desiderare da un figlio?
Miguel era felice. Passeggiava sul ponte di Agen-la-Bouche e respirava i vapori di cioccolato misti alla bruma del mattino. Il torrente rimbalzava sui ciottoli e gli alberi agitavano le foglie. Come ogni alba. Il sole non scottava e Miguel si metteva il cappello solo per non farsi sfuggire i pensieri. Ci voleva coraggio, coraggio per affrontare la vita. Perché aveva rimandato tutti questi anni quando il segreto, l’unica verità del cioccolato lui la conosceva? Miguel si carezzò le guance guardando l’acqua scorrere. Mancava un mese al Festival; non c’era fretta. Camminando verso la chocolaterie, passò gli occhi sulle vetrine che brillavano di colori: cioccolato bianco, al pistacchio, rosa, nocciolato, all’anice, al peperoncino rosso fuoco. I maîtres chocolatiers di Agen-la-Bouche avevano girato il mondo per scovare le migliori ricette e riportarle nel paese. Miguel, invece, non era mai stato fuori da Agen. Tornato a casa, Miguel si chiuse in un silenzio riservato. Adeline sbucava sulla porta dello studio con il capo appesantito di forcine (aveva splendidi capelli neri che arrotolava sulla testa).
"Va tutto bene?"
"Bene."
La domenica Thierry giocava fuori tutto il pomeriggio. Sulla piazza della cattedrale, calciava il pallone col piede destro, sinistro e destro. Un trucco che gli aveva insegnato Miguel. Poi correva a casa e chiedeva alla madre:
"E papà?"
"Bene."
Non c’era bisogno di altre spiegazioni. Il calendario diminuiva la distanza fra loro e il Festival. Normalmente Miguel usciva dal suo studio con esplosioni di gioia. Una nuova creazione : era fatta! Quest’anno no. Il suo isolamento durò più a lungo. 31 luglio, 8 agosto, 15 agosto, 22... Mancavano pochi giorni e Miguel faceva vita da eremita. Usciva la mattina presto per passeggiare fino al ponte, beveva un caffè e mangiava due uova. Con quello tirava fino a sera.
Tutte le manifestazioni di Agen-la-Buoche si svolgevano sulla piazza della cattedrale. I bambini giocavano, gli innamorati si incontravano, i turisti sorseggiavano un bicchiere di Pastis; lì si facevano mostre, sagre, mercati e, naturalmente, nella piazza aveva luogo il Festival del cioccolato. Quest’anno esponevano ottantacinque artisti, trenta originari di Agen-la-Bouche, gli altri estrangers della regione. Miguel aveva trasportato la sua scultura all’alba, occupando il posto assegnatogli dal sindaco, a destra della cattedrale, vicino alla fontana. Era la sua posizione da anni, ormai, ma quest’anno sarebbe stato diverso.
La cerimonia dello scoprimento si celebrava presto, prima che il sole cominciasse a intaccare le sculture. I cioccolatieri sollevavano il telo che proteggeva i loro capolavori che restavano nudi sotto gli occhi di un pubblico attento, che visionava, esaminava le forme, cercava crepe o sbavature. Terminata l’ispezione, ognuno eleggeva la propria scultura, lasciando cadere un foglio in un’urna trasparente. Miguel si teneva dritto, vicino alla sua opera. Si trattava di un uomo gigantesco, con gambe e braccia spropositate e mani come pale di mulino. Adeline e Thierry erano persi nella folla che vociava, indicando paesaggi, castelli, composizioni floreali. La statua di Miguel aveva un viso solido, occhi verdi di cioccolato alla menta e capelli ricci, tempestati di mandorle. Il corpo aveva la nudità di un bambino addormentato. Ma l’uomo di cioccolato non dormiva: stirò le braccia nerborute, tese il collo e piegò le ginocchia come qualcuno che avesse passato troppo tempo immobile. Se ne stava in cima a un piedistallo come tante sculture e con un gesto misurato scese. Nel silenzio generale, rotto da esclamazioni di stupore, fece il giro della piazza, passò davanti alla cattedrale. Cioccolato alla vaniglia, con uvetta, con riso soffiato, grano, erano impastati nelle altre sculture. Terminato il giro, l’uomo di cioccolato rimontò sul piedistallo e si rimise in posa.
Miguel vinse il primo premio.
Il sindaco fece il suo discorso, inciampando sulle parole per l’emozione. Adeline pianse, mentre Thierry la consolava a colpetti sulle spalle. Tutti si congratularono con Miguel; i turisti si fecero indicare il suo negozio; i grandi commercianti annotarono il suo nome e staccarono i primi pezzi della statuta. Era compatta, lucida. Sotto il primo strato rosa, il cioccolato nascondeva una parete fondente con un cuore tartufato e coulis di amarene. Una delizia, questo cioccolato animato. Una specialità, un’invenzione di Miguel La Lune, maître chocolatier e scultore di Agen-la-Bouche. E, mentre turisti, cuochi, appassionati, professionisti, epicurei, artigiani, e pellegrini divoravano avidamente la scultura, Miguel si asciugava una lacrima che non si decideva a staccarsi.